Viaggio alle Cinque Terre

 

Trekking Cinque Terre - Cammino Mediterraneo (7)Trekking Cinque Terre - Cammino Mediterraneo (24)Trekking Cinque Terre - Cammino Mediterraneo (21)

Se si va oltre la definizione data a questo anfiteatro naturale, terre come paesi, cinque, ci si accorge che gli orizzonti si ampliano facendoci vedere altro e nuovo che intorno a questi “focolai” di vita si sviluppa.

Terre alte, di quelle che fanno affacciare al di là, oltre la cresta, percorsa oggi da boschi rigogliosi ed escursionisti in “vacanza” d’impegno, quello che si ammucchiava sulle spalle di chi un tempo da questa sua terra ne traeva faticosa sussistenza, legna, pietre, frutti. Da questo confine del mondo, od alta via come oggi la si chiama, si abbraccia mare e terra, fra punta Mesco e la lontana punta di Portovenere, isolette incluse, si comprende la fatica degli uomini che al clima favorevole hanno chiesto di ripagare i loro sforzi con raccolti generosi. Oggi da quassù si può vedere oltre, verso le alpi, la Val di magra, le apuane e percepire il pensiero che a qualcuno veniva di fuggire dalla ristrettezza del territorio, costretto ad un incessante lavoro di erosione per strappargli, con terrazzamenti agricoli, quanto bastava a vivere. Quell’isolamento cocciuto di poche genti oggi non c’è più ma ha lasciato ai propri figli un tesoro riscoperto da tutti noi che qui’ cerchiamo cultura, tradizione e bellezze naturali. I terrazzamenti sono in gran parte scomparsi, non più redditizi, sicuramente meno, come in altri posti, del turismo diffuso che agisce con i suoi facili canali di accesso, come uno scontato dissolvitore d’identità, quella a cui solo l’attaccamento dei “vecchi” e dei contadini può far fronte.

Terre basse, quelle vicino al mare, a cui si chiedeva pesca e comunicazione con altre genti. Oggi qui’, soprattutto nella zona orientale, quella meno turistica, sotto Campiglia è ancora possibile scoprire i vecchi percorsi della storia, quelli che i contadini hanno costruito lungo le acclivi pendici che si gettano in mare, ancora coltivate fra una serie di casolari immutati nel tempo.

– C’è la terra dei santuari, vivi fra queste genti con una simbiosi fatta di protezione e religiosità, legati da un antico cordone che li unisce in una suggestione di acqua, luce e natura, sospesi fra il monte e il mare.

– C’è la terra del….. mare, i campi coltivati dei marinai, i flutti che a fine pesca riportavano le barche piene di pesci alla speranza di chi attendeva i propri cari sani e salvi. Porticcioli scavati nei pochi punti della costa dove minore era la resistenza dei pendii di arenaria alla volontà dell’uomo di mettere radici, porte d’ingresso di paesini come Vernazza o Manarola, Corniglia o Riomaggiore, senza possibilità di espansione, fra spazi angusti e minacce di antichi predatori.

– C’è la terra che si è ripresa la propria natura, inesorabile, in attesa che gli uomini la lascino lavorare come ha sempre fatto. Uomini distratti da altri “frutti”, i campi abbandonati si sono rivestiti dei colori e dei profumi che la mediterraneità autentica di questa landa sa dare.

– C’è la terra degli…….. uomini, di quelli che nel nostro pellegrinaggio, zaino in spalla, abbiamo incontrato, cosi’ diversi da quelli che abitano un’altra terra che spesso ci ritorna in mente per affinità morfologica: la costiera amalfitana. Qui si avverte un’apparente assonanza fra lo spazio chiuso e la chiusura degli uomini verso l’esterno, da scovare al di là della obbligata ospitalità turistica delle persone che lavorano in questo settore. Lasciare una traccia nei sentieri che oggi con maggior cura vengono lasciati a noi “estranei” è un passo obbligato per tentare di comprendere l’anima di questo luogo. Si avverte passeggiando lungo i sentieri, osservando il silenzioso isolamento in cui i pochi contadini o le donne intente ai lavori domestici si lasciano andare, inconsapevoli, come mi è capitato di notare altrove, della fortuna di vivere in una terra ammirata da tutti. Ma non può essere diversamente, per ragioni storiche osmoticamente legate alla morfologia del terreno che ha invogliato da tempi lontani quella lucrosa ed esiziale attività della “corsa”. Saraceni prima e pirati barbareschi poi hanno spinto queste genti a stringersi nell’animo e nei borghi montani dove cercare sicurezza e protezione. E come una liberazione, raggiunta pace e sicurezza, hanno liberato lo spirito e l’operosità che le contraddistingue, fino ad arrivare oggi a cambiare l’antica vocazione della loro terra e a raggiungere un benessere che le permette di evitare la forte emigrazione di un tempo non troppo lontano.

Visitare oggi questi luoghi è un piacere e può essere, per chi lo vuole, anche un’opportunità per capire un pezzo d’Italia e una storia che per alcuni versi ha molte similitudini con altre parti del nostro paese.

Buon viaggio a tutti

Giuseppe D’Onofrio

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